giovedì 17 dicembre 2015

La fotografia di Pi Bartholdy

La ricerca fotografica di Pi Bartholdy affronta tematiche che si relazionano con la  sessualità, le relazioni umane e la morte. 
Nata a Copenhagen nel 1989,  Pi ha studiato presso la scuola di fotografia Fatamorgana. Vincitrice nel 2011 della borsa di studio per la fotografia “Roberto Villagraz”, ha proseguito gli studi  con un master in concetto e creazione presso la scuola Efti di Madrid.
Il lavoro della fotografa danese oscilla tra immaginazione e realismo. Ritratti e paesaggi si mescolano in un racconto visuale che sembra governato dall’incertezza. Seguendo una sorta di diario invisibile, le immagini di Pi Bartholdy si muovono allo stesso tempo tra un universo distorto e uno diretto. 
I due mondi appaiono ora riconoscibili, ora indistinguibili. Immagini che esplorano gli ambienti o le persone per concentrarsi sulla transizione e transitorietà degli stessi. I soggetti ritratti dalla fotografa danese sembrano essere immortalati in una situazione di apparente stallo, un momento, sintesi di quiete e assenza, dove il tutto sembra mutare.
Mediante la sua poetica pittorica, Pi Bartholdy ci guida attraverso questo percorso senza regole, intriso di mistero, un viaggio senza apparente direzione, assetato dall’intimità della scoperta. 

Vi consiglio di dare uno sguardo al sito dell’artista per avere una visione completa della sua opera.

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lunedì 23 novembre 2015

L'atto fotografico come atto filosofico

Gli uomini hanno da sempre sentito la necessità di comunicare tra di loro e per farlo, nel corso del tempo, hanno elaborato diversi metodi. L’angoscia della transitorietà della vita, unita al desiderio di testimoniarne il passaggio, è alla base dell’istinto fotografico.
Nell’atto fotografico, il fotografo, immortalando l’attimo, lo trascende e lo riveste di una qualità spirituale che supera i limiti della mortalità fisica. La fotografia, pertanto, soddisfa l’arcaico bisogno di sostituire l’oggetto, in una copia, “un doppio eterno”. Abbiamo nostalgia della realtà e cerchiamo di ricrearla con gli strumenti che abbiamo a disposizione.  Ma, allo stesso tempo abbiamo paura della stessa e cerchiamo di canalizzarla in qualcosa che possiamo controllare. La fotografia rappresenta la manifestazione civile della passione di imbalsamare, del bisogno che ciò che è morto, possa rimanere vivo.  Per mezzo della fotografia ci sentiamo dei piccoli Dei capaci di modellare attraverso il potere di rappresentazione, di scegliere come fossimo dei macellai le parti di spazio e tempo da preservare.  
Don't ask me - Giuseppe Santagata
Nello stesso tempo, tuttavia, la fotografia ci rende impotenti di fronte alla realtà, ci illude di poterla cogliere. Spiazza le nostre certezze e rovescia il nostro modo di vedere le cose, mischiando visibile e invisibile. Tanto più profondizziamo la nostra indagine, tanto più ci rendiamo conto dell'inganno. L’immagine fotografica non solo riflette il mondo esterno o almeno una parte di esso, ma proietta costantemente il mondo interiore dell’autore. La vita che ci portiamo dentro diventa un filtro che usiamo per decifrare quello che avviene fuori. Ogni immagine sia essa “naturale” o “artificiale”, “ documentale” o “ creativa”, non è altro che una costruzione. L’attuazione pratica dell’immagine mediante una certa fotocamera, velocità, diaframma, ISO e inquadratura, rappresenta un procedimento meccanico subordinato a una specifica decisione comunicativa, un atto non innocente: un atto filosofico. L’immagine fotografica è pornografica, nel senso che rende visibile ciò che non si deve vedere, spoglia chi viene fotografato e colui che fotografa, scavando dentro la pelle, alla ricerca dei segreti più intimi di entrambi.   Lo spettatore s’impossessa di tutto ciò. Lo fa suo proiettandolo nel suo universo. Il senso delle immagini non spetta solo al suo autore. Chi guarda, infatti, diventa titolare del senso. Per mezzo del godimento visuale, lo spettatore si tramuta in una specie di co-autore. Senza di lui il senso ultimo di un’immagine non esisterebbe.






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lunedì 26 ottobre 2015

Óscar Monzón: Karma

Óscar Monzón nasce a Malaga nel 1981. Studia fotografia presso la scuola Arte 10 di Madrid, dove attualmente risiede. Membro del colettivo Blank Paper, dalla sua nascita 2003, Monzón ha ricevuto borse di studio dal Ministerio de Cultura e dalla Fundación Temas de Arte.
Durante un periodo di quattro anni, il fotografo andaluso è uscito di notte per fotografare auto ferme ai semafori della città di Madrid, aspettando sul ciglio della strada o dai cavalcavia.  Il risultato di questo progetto ha dato vita ad un fotolibro, intitolato Karma. Vincitore del First Book Award 2013 del ParisPhoto, Karma è un libro intrigante e potente.
Utilizzando un flash  e un teleobiettivo per enfatizzare l’intrusione e la violazione dello spazio intimo che avviene nell’atto fotografico, Óscar Monzón cattura immagini di persone che discutono, facce annoiate e prese dal sonno. La macchina diventa un luogo, dove ritrovare una continuazione della nostra sfera privata nel caos cittadino. 
Non curanti di quello che la carrozzeria di un’auto non può proteggere, i personaggi di Karma discutono, sniffano cocaina o tengono in mano un vibratore. Monzón spara da vicino, accettando sempre il confronto con la reazione, che diventa anch’essa parte del progetto. Il fotografo spagnolo giustappone spesso le immagini d’intrusione, con le fotografie ravvicinate di cromo e plastica, tetti di auto graffiate e fari. 
La sequenza che combina abilmente la pelle umana, con il disegno aggressivo delle macchine, mostra un’estetica che si ispira tanto alla fotografia dei paparazzi, tanto alla seduzione e brillantezza delle immagini pubblicitarie.
Vi consiglio di dare uno sguardo al video in basso per avere una visione completa.
Oscar Monzón / Karma from haveanicebook on Vimeo.
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lunedì 14 settembre 2015

Duane Michals: Maestri della Fotografia

“I fotografi guardano troppo verso l’esterno e non mettono in discussione la meccanica della loro esperienza”… “Smettetela di cercare l’arte negli incostanti capricci della moda, e scoprirete presto che non è lì fuori, il lì fuori è nella vostra mente. La vostra musa risiede nell’immaginazione, la fonte arcana della magica creazione artistica. Non cercate di essere artisti: cercate di essere veri. Se la vostra visione è onesta, l’arte vi troverà.”

Duane Michals è considerato uno dei più importanti artisti del XX secolo. Duane Michals è nato a McKeesport, Pennsylvania, nel febbraio del 1932. Figlio di una famiglia operaia, Michals studia Belle Arti presso l'Università di Denver e prosegue, senza terminare, gli studi per diventare un graphic designer presso la Parsons School of Design di New York.
Un viaggio in Unione Sovietica, nel 1958, gli fornisce l’occasione per avvicinarsi alla fotografia. Con una macchina fotografica presa in prestito, Duane ritrae le persone che incontra nel cammino. Al ritorno in America monta la sua prima esposizione presso la Underground Gallery di New York. Inizia, allora, a lavorare come fotografo freelance per riviste come Esquire, Mademoiselle e Vogue. I ritratti eseguiti tra il 1958 e il 1988 vengono raccolti e pubblicati nel volume dal titolo Album 1958-1988: The Portraits of Duane Michals.
Il lavoro di Duane Michals rompe i canoni fotografici di un’epoca che venerava la perfezione contemplativa del paesaggio di Ansel Adams o l’attimo di Henri Cartier-Bresson. Le sue opere hanno sfidato la ‘purezza’, aprendo la strada alla concettualizzazione e alla connessione interdisciplinare tra le arti. Il lavoro di Michals trova una base referenziale nel lavoro di artisti come William Blake e René Magritte. I temi affrontati dal fotografo statunitense derivano da esperienze emotive personali, piccoli drammi umani che vivono in atmosfere surreali tra sogno e memoria. Immagini che parlano di desiderio, sesso, morte e identità
Di fronte all'impossibilità del mezzo fotografico, Michals forza e amplifica il linguaggio, presentando storie che si avvalgono della messa in scena sequenziale, della scrittura , dell'esposizione multipla o della inclusione grafica.
Nelle sue fotografie Duane Michals mette costantamente alla prova lo spettatore, che si trova costretto a usare l’ immaginazione per colmare le lacune di informazioni presenti nelle immagini e completare la storia che raccontano. Una fotografia che ci lascia domande e non risposte. Vi suggerisco di guardare il  breve documentario  in basso della serie Contacts, per avere un maggiore approfondimento.

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martedì 4 agosto 2015

I sogni fotografici di Kumi Oguro

"Sono affascinata dalle immagini dei sogni, appena prima del risveglio: è difficile trovarne la logica, non c'è nulla che indichi il tempo e lo spazio è indeterminato. Nel mio lavoro cerco di creare un ambiente che ricrei queste situazioni di ambiguità”
Kumi Oguru è un giovane fotografa giapponese (1972), che  vive e lavora ad Anversa. Kumi ha studiato fotografia a Londra nel 1996 presso il Blake College e ad Anversa presso la  Koninklijke Academie voor Schone Kunsten (Accademia Reale di Belle Arti) fino al 2003.

Oltre alla fotografia, l’artista giapponese ha approfondito gli studi, sperimentando con il video e l'installazione per mezzo del programma post-laurea,“Transmedia”, a Bruxelles. Negli ultimi anni, Oguro ha partecipato a mostre in Belgio Danimarca, Finlandia, Germania, Paesi Bassi, Francia e Giappone. Il suo primo libro, Noise, è stato pubblicato dalla casa editrice “Le caillou bleu” (Bruxelles) del 2008.
La ricerca fotografica di Kumi Oguro si sofferma sui personaggi femminili. Fotografie dalle pose teatrali che simulano sogni, desideri e ossessioni. Immagini particolarmente attente all’illuminazione della scena che richiamano la tradizione pittorica.
Kumi Oguro crea un mondo parallelo alla realtà, mettendo in scena immagini che colgono i soggetti nel momento antecedente o successivo a un avvenimento assurdo o tragico.

Vi consiglio di dare uno sguardo al sito della fotografa giapponese per avere una visione complessiva della sua opera.
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martedì 16 giugno 2015

La fotografia di Thomas Struth

“Idealmente, la mia fotografia è un appello politico. Fotografo principalmente per parlare in pubblico di ciò che m’interessa. La macchina fotografica è come un contatore Geiger, indica la presenza o l'assenza di radiazioni. Analizza e registra soltanto quello che qualcuno seleziona, puntando la camera di fronte…. Fare una fotografia è per lo più un processo intellettuale di comprensione delle persone, delle città e delle loro connessioni storiche e fenomenologiche. A quel punto la foto è quasi fatta, e tutto ciò che rimane è il processo meccanico”.
Thomas Struth è uno dei più influenti e quotati fotografi nel mondo dell’arte. Nato nel 1954 a Geldern in Germania, Thomas studia all’Accademia d’arte di Düsseldorf, prima pittura con Gerhard Richter e dal 1976 fa parte della nascente classe di fotografia di Bernd e Hilla Becher. L’approccio fotografico di Thomas Struth è intellettuale, controllato e meditato. Tra documentazione e interpretazione le immagini del fotografo tedesco si soffermano sulla relazione tra l’individuo e le dinamiche della società
Il primo progetto nasce sotto l’impulso di un’esposizione in Accademia. Thomas, ancora studente, si concentra sul panorama architettonico della città di Düsseldorf. Una serie di 49 fotografie, scattate da una prospettiva centralizzata, che ritraggono una Düsseldorf deserta. Struth evita i forti contrasti di luce e ombra, preferendo la luce riflessa del mattino, per consentire un trattamento neutro delle scene. Nel 1978 Struth diventa il primo artista in residenza presso il PS 1 di Long Island City (New York). Qui inizia la serie di paesaggi urbani in bianco e nero a cui si aggiungeranno, tra le altre, le città di Parigi (1979), Roma (1984), Edimburgo (1985) e Tokyo (1986).
 Le immagini di Struth colgono nell'architettura composita del panorama urbano, la storia, i simboli, i valori e le strutture della vita dei suoi abitanti
A metà degli anni 1980, Struth inizia la serie Familienleben (vite di famiglia). In queste immagini il fotografo tedesco si concentra sulle dinamiche sociali sottostanti il gruppo basilare della società. 
Il ritratto familiare è un genere quasi scomparso nell’arte contemporanea, abbandonato dalla pittura a favore della fotografia professionale e oramai diventato esclusiva degli scatti amatoriali. La serie mostra l’autorappresentazione di una famiglia che sceglie di mostrare pubblicamente la propria immagine del mondo privato. Struth delega alla famiglia la scelta del luogo, all’interno della casa, in cui scattare la fotografia e la scelta della posa.
Nel 1989, Struth inizia a lavorare al suo ciclo più noto, Museum Photographs, una serie d’immagini che ritraggono l’interno dei musei con i visitatori intenti a contemplare le opere. Thomas Struth immortala le sale del museo con i suoi capolavori universali, coinvolgendo gli stessi visitatori, che da osservanti, diventano osservati.
Dal 1998 Struth inizia la serie Paradise, in cui fotografa frammenti di foreste pluviali incontaminate. In questi lavori l’interesse dell’artista si concentra sulle strutture visive, più che sulla botanica. I frammenti rendono la percezione di queste immagini indefinita e astorica
Nella serie più recente Struth ha puntato l’obiettivo su centri spaziali e di ricerca, non sottolineando tanto la tecnologia in sé, quanto piuttosto i contesti che consentono all’ambizione umana di manifestarsi e agli intrecci che nascono da questo processo. 

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venerdì 29 maggio 2015

Le immagini di Malick Sidibé

"Mio padre ha visto per la prima volta la sua immagine riflessa nell’acqua. La fotografia è un modo per vivere a lungo, anche dopo la propria morte. Io credo al potere dell’immagine: è per questo che ho passato tutta la vita a cercare di ritrarre le persone nel miglior modo possibile, di restituire loro tutta la bellezza che potevo".
Normalmente conosciamo l’Africa attraverso fotografie che raccontano una realtà fatta di problemi, fame e malattie. Malick Sidibé ha avuto il merito di documentare con dedizione e costanza, nel corso di numerosi anni, l'atmosfera e la vitalità di una capitale africana in un periodo di grande effervescenza. Il lavoro di Sidibé attraversa la transizione verso l'indipendenza e la trasformazione del Mali da colonia francese, a  Paese indipendente che guarda verso l'Occidente. 
Nato nel 1936 nel piccolo villaggio di Soloba (Bamako, Mali), Sidibé è considerato un punto di riferimento della fotografia africana. Dopo aver terminato la scuola nel 1952, Malik studia gioielleria e pittura presso l'École des Artisans Soudanais di Bamako. Nel 1956 diventa apprendista del fotografo francese Gérard Guillat. Inizia a fotografare la vita di Bamako, catturando lo spirito degli abitanti della città, concentrandosi sulla cultura giovanile e le serate danzanti nella capitale del Mali. 
Nel 1958 Sidibé apre il proprio studio fotografico, una stanzetta di una manciata di metri quadrati, nel quartiere popolare di Bagadaji, dove nel corso degli anni si trovano a passare migliaia di individui e gruppi, desiderosi di avere una immagine, spesso idealizzata.  
Il lavoro di Sidibé rimane sconosciuto al di fuori del proprio paese fino agli inizi del 1990, quando il critico d'arte André Magnin, che si trovava a Bamako per visitare un altro fotografo del Mali, Seydou Keïta, viene portato erroneamente presso lo studio di Malik Sidibé. Magnin rimane affascinato dal lavoro del fotografo maliano e pubblica una monografia sul fotografo nel 1998. 
Da allora le immagini di Malik Sidibé girano, senza interruzione, in importanti esposizioni per il mondo. Nel 2003 il fotografo africano riceve l’Hasselblad Foundation International Award. Nel 2007 diventa il primo fotografo a essere premiato con il Leone d'Oro alla Biennale di Venezia.
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venerdì 15 maggio 2015

Gli ambienti interni di Candida Höfer

“Ho iniziato fotografando gli stranieri in Germania. Ero interessata su come fossero influenzati dal nostro modo di vivere. Ho notato come avessero cambiato i luoghi dove vivevano, in base alle loro esigenze e la loro comprensione di bellezza. Mi sentivo profondamente a disagio nell’introdurmi nelle loro vite, così mi sono avvicinata agli spazi. Con il tempo ho compreso che i luoghi mostrano con maggiore chiarezza il loro ruolo, se non ci sono le persone. Gli spazi parlano delle persone come vorremmo parlare di un ospite assente a una cena.
Attraverso la sua ricerca fotografica Candida Höfer  continua a ritrarre in modo sistematico e rigoroso ambienti interni di edifici pubblici e privati. Nata nel 1944 a Eberswalde, nella Provincia di Brandeburgo, Candida inizia a lavorare come fotografo ritrattista per alcuni giornali. Si iscrive alla Kunstakademie di Düsseldorf per studiare cinema nel 1973, ma ben presto decide di proseguire gli studi in fotografia (1976), diventando allieva di Bernd Becher fino al 1982. 
Influenzata dal processo di rinnovamento della fotografia documentaristica, perseguito dai coniugi Becher, Candida diventa uno degli esponenti di spicco della cosiddetta “scuola di Düsseldorf”, che ha profondamente modificato la scena e il mercato della fotografia, formando autori come Thomas Ruff, Thomas Struth e Andreas Gursky.

Le immagini di Candida Höfer  si reggono su un rigoroso equilibrio formale. Gli scatti vengono, quasi sempre, eseguiti  da un punto di vista frontale. Le colonne, i ripiani, le pareti e i soffitti creano un effetto tunnel, in cui i lati sembrano retrocedere mentre il centro sembra spostarsi in avanti verso lo spettatore. 
Musei, biblioteche, teatri, uffici, banche e palazzi storici vengono ritratti in condizione di totale assenza dell’uomo e con particolare attenzione nei confronti dei dettagli decorativi, illuminati rigorosamente dalla sola luce naturale
La fotografa tedesca costruisce una messa in scena architettonica funzionale alla rappresentazione teatrale del bello. Immagini che si caratterizzano per l’uso di un grande formato di stampa, con opere che arrivano a raggiungere i due metri e mezzo di ampiezza, permettendo allo spettatore di calarsi completamente nei particolari dell’opera. Ma grattando questa patina di magnificenza, gli spazi raccontano un profondo silenzio contemplativo
La Höfer mostra ciò che siamo a partire da ciò che occupiamo. Le persone non ci sono, ma i luoghi fotografati dalla fotografa tedesca sono stati costruiti per gli uomini. Le immagini, allora, sembrano catturare i fantasmi che si muovono attraverso questi spazi spopolati, lasciandoci le loro invisibili tracce. Paradossalmente l’uomo, nonostante la sua assenza, diventa protagonista nella mente dello spettatore che ricrea gli ambienti animandoli.
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